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Lo sapevi che?
In questa sezione del sito trovate la spiegazione dei più
comuni termini usati normalmente quando si parla di dieta e attività
fisica nelle persone con e senza diabete. Se avete bisogno di
qualsiasi altro chiarimento, scriveteci e il GLOSSARIO sarà
arricchito.
DIETA
L’alimentazione e la nutrizione sono processi che si realizzano con
l’assunzione degli alimenti e l’insieme dei processi di digestione
(che trasformano gli alimenti composti in principi nutritivi e
quindi in nutrienti), assorbimento e metabolismo che ne conseguono.
Grazie a questi eventi, l’organismo ricava energia (necessaria per
lo svolgimento di qualsiasi lavoro svolto dal nostro organismo),
costruisce tessuti, li ripara e ne reintegra le perdite, e regola le
funzioni di tutte le strutture vitali. Il termine “dieta”
(comunemente associato a un ben definito schema alimentare,
solitamente restrittivo e imposto per raggiungere l’obiettivo di
perdere peso), equivale a “regime alimentare” e indica semplicemente
il “modo di mangiare” di un individuo; rappresenta pertanto un
aspetto essenziale dello stile di vita di ognuno di noi. In
definitiva, il termine “dieta”, usato nella comune accezione di
alimentazione ridotta in calorie e mirata al calo di peso,
etimologicamente identifica lo stile di vita, l’insieme degli
alimenti abitualmente assunti e le modalità con cui si realizza
questo processo.
CARBOIDRATI (O ZUCCHERI) E GLUCOSIO
I carboidrati o zuccheri sono principi nutritivi introdotti
dall’uomo con la dieta sottoforma di SACCAROSIO (il classico
zucchero da cucina), LATTOSIO (lo zucchero del latte) e l’AMIDO
(presente nei farinacei, in particolare negli amidi). Il nutriente
terminale derivante dalla digestione di questi, è il GLUCOSIO. I
carboidrati (o zuccheri) sono distinti in SEMPLICI (saccarosio e
lattosio) e COMPLESSI (amido) in base alla facilità di digestione e
assorbimento. I carboidrati semplici sono rapidamente digeriti e
assorbiti mentre i carboidrati complessi richiedono tempi di
digestione e assorbimento più lunghi. Il glucosio è il substrato
energetico utilizzato dai tessuti periferici; alcuni organi, quali
il sistema nervoso centrale, la retina, i globuli rossi e gli
epatociti (cellule del fegato) utilizzano esclusivamente questo
substrato energetico per sopravvivere, mentre altri organi, come il
muscolo scheletrico, sono in grado di utilizzare diversi substrati
energetici. Il glucosio può essere depositato nel muscolo e nel
fegato, come scorta di energia, sottoforma di glicogeno; questo
rappresenta la prima fonte di energia utilizzata durante l’esercizio
fisico.
LIPIDI E ACIDI GRASSI
I grassi introdotti con la dieta sono costituiti principalmente dai
TRIGLICERIDI; questi si ritrovano in tutte le sostanze grasse
propriamente dette (oli, burro, margarina, strutto) ma anche in
tanti altri alimenti, sottoforma di grassi invisibili. Dalla loro
digestione si ottengono nutrienti detti ACIDI GRASSI, il substrato
energetico a più alto rendimento, utilizzato come principale fonte
di energia dal muscolo del cuore e come substrato energetico, ma non
esclusivo, dal muscolo.
PROTEINE E AMMINOACIDI
Le proteine sono elementi essenziali per la crescita e la
riparazione, il buon funzionamento e la struttura di tutte le
cellule viventi; vengono definite “i mattoni del nostro organismo”
perché qualsiasi tessuto, organo e struttura del nostro corpo è
costituito di proteine. La proteina è una molecola complessa
normalmente costituita da diverse subunità, definite amminoacidi,
legate fra di loro. Le proteine introdotte con la dieta possono
essere di origine animale (proteine della carne, pesce, latte e
formaggi, uova, affettati), di alto valore biologico e di origine
vegetale (legumi, soia, cereali), di più basso valore biologico.

DISPENDIO ENERGETICO
Il Dispendio Energetico (DE) di un individuo identifica il suo
consumo di calorie nelle 24 ore; esso è determinato da tre
componenti: il METABOLISMO BASALE MB (definito anche Resting Energy
Expenditure REE) che rappresenta il 70% del DE,
la TERMOGENESI
e l’ATTIVITA’ FISICA, che insieme rappresentano il 30% del DE. I
fattori che influenzano il dispendio energetico nell’uomo e nella
donna sono: età, sesso, razza, massa corporea, attività fisica,
temperatura corporea e l’introduzione di cibo.

Il dispendio energetico basale o a riposo (REE o MB),
rappresenta la quantità di calorie richieste dall’organismo per
mantenere le funzioni fisiologiche vitali (circolazione sanguigna,
respirazione, attività nervosa, attività metabolica, attività
ghiandolare e mantenimento della temperatura corporea); è definito
dalla quantità di energia impiegata in condizioni di neutralità
termica, nel soggetto sveglio, ma in condizioni di totale
rilassamento fisico e psichico. La maggior parte di questo dispendio
calorico dipende dagli organi vitali (fegato, cervello, cuore e
reni) che contribuiscono per circa il 60% alla spesa energetica, pur
rappresentando solo il 6% del peso corporeo. La muscolatura
scheletrica invece, che rappresenta più del 40% del peso corporeo,
contribuisce solo per il 16% alla spesa energetica totale. La spesa
energetica basale è massima alla nascita (53 Kcal a 1 anno) e
decresce fino a valori minimi dopo i 70 anni (31 Kcal a 75 anni). A
parità di età, altezza e peso, l’ REE è minore nella donna rispetto
agli uomini. Questa differenza inizia all’età di 3 anni e aumenta
rapidamente alla pubertà, alla quale corrisponde aumento della
muscolatura scheletrica nei maschi e di cellule adipose nelle
femmine.
L’REE può essere misurato con metodi diretti (calorimetria diretta o
indiretta e SenseWear ArmBand SWAM) o indiretti (equazioni
predittive).Il termine calorimetria significa letteralmente misura
del calore come effetto di reazioni biochimiche che avvengono
all’interno dell’organismo. La calorimetria diretta (camera
calorimetrica) permette di valutare la spesa energetica a partire
dalla misurazione della dispersione di calore di un soggetto posto
all’interno di una stanza adeguatamente attrezzata. Purtroppo gli
alti costi e la limitata disponibilità, ne limitano notevolmente
l’impiego che è generalmente confinato alla convalida di altre
metodiche. La calorimetria indiretta (calorimetro) è la metodica che
consente di valutare la spesa energetica attraverso la misurazione
delle variazioni di concentrazione di ossigeno e anidride carbonica
nei gas respiratori e di calcolare inoltre l’ossidazione dei
substrati energetici (glucidi, lipidi, protidi). Il SWAM è un
monitor multisensore che misura Parametri fisiologici corporei (come
la temperatura corporea e il calore dissipato) e permette di
calcolare con precisione il dispendio energetico a riposo, attivo e
totale.
L’REE può essere anche stimato attraverso l’utilizzo di numerose
formule predittive (vedi tabella), variabili in funzione della
tipologia di soggetti presi in esame (sesso, età, peso, altezza…).

Queste formule sono normalmente utilizzate nella pratica clinica per
quantificare la restrizione calorica necessaria per realizzare un
calo ponderale significativo, ma presentano grossi LIMITI:
spesso, sovra o sottostimano, non sono adeguatamente validate, hanno
scarso valore predittivo nel singolo soggetto (PESO-MASSA MAGRA) e
sono frequentemente oggetto di interpretazione errata. In
particolare la formula di Harris –Benedict, che è la più usata nella
pratica clinica, presenta un errore di sovrastima sistematico del
5-15% ed è stata calcolata sulla base dei dati di una popolazione di
riferimento dei primi anni del ’900 (meno sedentaria, con
un’alimentazione ipolipidica e di etnia diversa, rispetto alla
nostra), che presentava condizioni di normopeso.
E per questo
motivo,
nei pazienti obesi (anche con grave obesità), è
preferibile usare l’equazione di Mifflin, che presenta una maggiore
attendibilità se confrontata con calorimetria indiretta (valori
corrispondenti nel 78% vs 65% se utilizziamo Harris Benedict).
L’entità della spesa energetica necessaria per la termogenesi
è definita dall’alimentazione, dalla temperatura e dallo stress. La
spesa energetica aumenta dopo un pasto e questo incremento può
essere considerato come il lavoro richiesto per la digestione,
l’assorbimento e il metabolismo dei nutrienti o lavoro di digestione
SDA (Specific Dinamic Action) o DIT (Diet-inducet Thermogenesis).
Anche la temperatura corporea può influenzare il dispendio
energetico; un aumento della temperatura dovuta a febbre, provoca un
incremento della richiesta di ossigeno (per esempio un aumento di
temperatura di 1°C provoca un aumento del BMR del 13%), mentre al
contrario, in caso di ipotermia, si riduce la richiesta di ossigeno
e si ha la diminuizione dell’RE.
Infine, una quota (molto) variabile della spesa energetica è data
dall’attivita’ fisica (AEE Activity Energy Expenditure)
ed intellettuale. Piu’ l’attivita’ fisica ed intellettuale è
intensa, tanto maggiore sarà il consumo calorico.
ATTIVITA’ ED ESERCIZIO FISICO
Il termine attività fisica, come
definizione enciclopedica, identifica tutti i movimenti e qualsiasi
forza esercitata dai muscoli scheletrici del corpo, che comportano
una spesa energetica. Schematicamente si può distinguere un'attività
fisica non programmata e un'attività fisica programmata. La prima
comprende attività quotidiane normalmente svolte (le faccende
domestiche, la spesa, il lavoro, etc…) ed è l’”attività fisica”
propriamente detta. L’Attività fisica programmata comprende invece
l’ESERCIZIO FISICO (attività motoria strutturata e
finalizzata con movimenti corporei ripetuti per migliorare lo stato
di forma fisica) e lo SPORT (attività fisica che comporta
situazioni di competizione strutturate e sottoposte a regole).
MET
Il termine MET deriva da “Metabolic
Equivalent”; è un' unità di equivalente metabolico e viene
utilizzato per stimare il costo metabolico di una attività fisica
secondo la relazione: 1 MET=3.5 ml di ossigeno consumato per Kg di
peso corporeo al minuto. Esso viene usato come un multiplo del
consumo energetico in condizioni basali, cioè il valore di 1 MET
corrispone al metabolismo energetico in condizioni di riposo.
Il MET può essere usato per esprimere il COSTO DI UN ESERCIZIO in
termini di energia e ossigeno, eseguito da un determinato soggetto,
conoscendo la sua massa e il livello di METs corrispondente a quell’esercizio.
L’uso delle unità METs è giustificato per classificare rapidamente
l’intensità di lavoro e la corrispondente richiesta energetica.

FORMA O FITNESS CARDIORESPIRATORIA
Il termine fitness deriva dall'aggettivo inglese
“fit” (adatto) e viene tradotto in lingua italiana con i termini
idoneità, capacità, preparazione fisica e stato di forma fisica, da
non confondere con i processi biologici di adattamento. Nell’ultimo
ventennio questo termine è stato adoperato sempre più frequentemente
per definire lo stato di benessere fisico o la forma fisica
dell’individuo. In ambito sportivo il fitness può essere inteso come
Fitness specifico, cioè la capacità di svolgere un
particolare compito motorio, indipendentemente dallo stato di forma
fisica del soggetto; o Fitness generale, quando viene
identificato con lo stato generale di salute, forma fisica e
benessere dell’organismo.
La fitness cardiorespiratoria indica la capacità dei
sistemi cardiovascolare e respiratorio di fornire ossigeno durante
attività fisica prolungata. Il gold standard di misurazione è il
test per la massima utilizzazione di ossigeno (VO2max), valutabile
con calorimetria indiretta o stimabile con tests fisici dedicati.
POTENZA
AEROBICA e VO2 MAX
La massima potenza aerobica indica la massima quantità di ossigeno che
può essere utilizzata nell'unità di tempo da un individuo, nel corso
di una attività fisica coinvolgente grandi gruppi muscolari, di
intensità progressivamente crescente e protratta fino
all'esaurimento. In genere viene espressa come VO2Max: il volume
massimo di ossigeno che un essere umano può consumare nell’unità di
tempo per la contrazione muscolare, e può costituire una misura
globale ed integrata della massima intensità di esercizio che un
soggetto può tollerare per periodi di tempo abbastanza lunghi. Il
valore di VO2 max é espresso più correttamente in ml/kg/min
(millilitri per kg di peso corporeo al minuto); nelle femmine è
inferiore rispetto ai maschi di circa il 20% (Popolazione femminile
media, da
20 a 29 anni: 35-43 ml/kg/min, Popolazione maschile media, da
20 a 29 anni: 44-51 ml/kg/min). Il VO2 max è una caratteristica genetica; con
l'allenamento il suo valore può essere incrementato dal 10% al 25%.
La determinazione diretta della potenza aerobica richiede
apparecchiature costose e personale addestrato (si usano protocolli
di lavoro massimali a carico crescente fino all’esaurimento
del soggetto; questi sono utilizzati in medicina dello sport). Per
questo motivo sono stati sviluppati test indiretti, meno costosi,
più rapidi e più semplici da realizzare, alcuni dei quali possono
essere eseguiti in maniera autonoma e sono in grado di predire
indicativamente il VO2max di un soggetto. I metodi indiretti di
valutazione prevedono l’uso di protocolli di lavoro submassimali
(cioè che non prevedono “l’esaurimento” del soggetto), a carico
crescente, fino al raggiungimento della percentuale di FC max
stabilita. Le metodiche indirette più comunemente utilizzate,
prevedono l’uso di macchine cardiofitness (generalmente cyclette o
tapis roulant) e sfruttano la correlazione tra il VO2max
e
la FCmax, ovvero la massima (max) frequenza cardiaca (FC), per
definire il VO2max. La correlazione lineare oramai accettata è la
seguente:
|
Correlazione tra VO2 e FC
|
|
%VO2max |
%FCmax |
Substrato energetico principalmente
utilizzato |
Finalità dell'allenamento
|
|
35 |
50 |
lipidi |
dimagrimento |
|
48 |
60 |
lipidi |
dimagrimento |
|
60 |
70 |
glucidi lipidi |
potenza aerobica |
|
73 |
80 |
glucidi |
massima potenza aerobica
|
|
86 |
90 |
glucidi |
potenza anaerobica lattacida
|
|
100 |
100 |
creatina fosfato |
potenza anaerobica alattacida
|
I più comuni test
eseguibili autonomamente, per stimare il VO2max sono:
Il Test di
Cooper predice il VO2max in base al tempo impiegato da
un individuo, per compiere una determinata distanza (la sua validità
è accertata per valori di VO2max compresi tra 29 e 60 ml/min/kg).
Questo test prevede di percorrere la più grande distanza possibile
in 12 minuti (dopo aver effettuato il
riscaldamento)
per poi calcolare
la VO2 max (VO2max
(ml*kg-1*min-1)= 35.97 * (miglia corse) – 11.29 oppure VO2 max in
ml/min/kg= (Distanza percorsa in metri - 504.9) / 44.73 ). Esiste
anche una variante semplificata del test di Cooper (Test di Bell e
Margarina) per cui è necessario percorrere la maggior distanza
possibile in un tempo prestabilito (dopo aver effettuato il
riscaldamento). Per un tempo superiore ai 10 minuti
la VO2max è =
(distanza in metri + (30 x tempo in minuti)) / (5 x tempo in
minuti). Per un tempo inferiore ai 10 minuti
la VO2max =
[(distanza in metri + (30 x tempo in minuti)) / ((5 x tempo in
minuti) + 5 )]
Il Test di cammino è un test sottomassimale da campo,
attendibile, validato e ripetibile, adatto a soggetti normalmente
attivi di età compresa fra i 20 e i 65 anni che non presentano
disabilità o patologie tali da impedire o limitare il cammino veloce
e/o che non assumono farmaci che alterano la normale risposta della
frequenza cardiaca all'esercizio (adatto anche a soggetti sovrappeso
che rispondono agli stessi criteri). Prevede
2 Km di cammino (percorso pianeggiante di
2 Km), con l’uso di un Cardiofrequenzimetro
(facoltativo) e un Cronometro, dopo una fase di riscaldamento
(alcuni minuti di cammino a velocità moderata seguiti da 100-200 metri
percorsi a velocità sostenuta per adattarsi al passo che si dovrà
mantenere durante l'esecuzione della prova. Riposo per alcuni minuti
prima di eseguire il test). L’esecuzione del test prevede che il
soggetto deve camminare a passo costante e alla massima velocità di
cammino sostenibile in assenza di segni di malessere fisico:
"Cammina il più veloce che puoi, ma non mettere a rischio la tua
salute". La velocità di cammino corrispondente all'80 % della
frequenza cardiaca massima teorica consente la maggior precisione
del calcolo predittivo del VO2max . Il Valore del VO2 max è ottenuto
attraverso un'equazione predittiva sesso specifica:
CALCOLO INDIRETTO DEL VO2max:
Uomini: VO2max (ml/Kg/min) 184,9 – 4,65(tempo) – 0.22(FC)
– 0,26(età) – 1,05(BMI)
Donne: VO2max (ml/Kg/min) 116,2 – 2,98(tempo) – 0,11(FC)
– 0,14(età) – 0,39(BMI)
E’ buona norma eseguire il test solo in adeguate
condizioni atmosferiche (temperatura mite, assenza di pioggia o
vento) e prepararsi adeguatamente all'esecuzione del test (no cibo
e/o fumo nelle 2-3 ore precedenti; no sforzi fisici il giorno del
test e il giorno precedente, no alcolici il giorno del test e il
giorno precedente, abiti comodi e
scarpe adatte
al cammino).
Test al Cicloergometro
Con la disponibilità
di un Cicloergometro (dopo aver sistemato altezza della sella e del
manubrio), stabilendo una velocità di pedalata 50 RPM e con carico
iniziale a 150, 100 o 75 W (per i molto, abbastanza e poco allenati
rispettivamente), viene calcolato il VO2 max, secondo nomogrammi e
formule disponibili.
ESERCIZIO FISICO AEROBICO
Indica un’attività costituita da movimenti ritmici, continui e
ripetuti, di grossi fasci muscolari, per almeno 10 minuti. Se
eseguito con frequenza ed intensità adeguate migliora
la VO2max.
ESERCIZIO FISICO ANAEROBICO
Indica un’attività muscolare intensa di breve durata (inferiore al
minuto) che utilizza le fibre bianche a rapida contrazione. Non
richiede l’ossidazione dei substrati e produce incremento della
lattacidemia.
ESERCIZIO FISICO MODERATO
È quello eseguito ad intensità comprese tra il 40-70% della VO2max.
Diversi sono gli effetti endocrino-metabolici dell’esercizio fisico
moderato rispetto a quello intenso.
Durante l’esercizio fisico di intensità moderata si verifica una
progressiva riduzione della secrezione insulinica associata ad un
aumento della secrezione degli ormoni controregolatori: glucagone,
catecolamine, cortisolo e GH. Queste variazioni ormonali sono
finalizzate ad incrementare di circa due volte la produzione
endogena di glucosio e sino a dieci volte il basale
dell’ossidazione lipidica. L’aumentata disponibilità di NEFA (acidi
grassi liberi) è dovuta ad un incremento della lipolisi, anche dei
trigliceridi intramuscolari, e ad una riduzione della
re-esterificazione. L’attivazione della lipolisi nel tessuto adiposo
è indotta dal decremento dell’insulina e dall’aumento delle
catecolamine. Ad una intensità fino al 50-60% della VO2max si ossida
una miscela paritaria di carboidrati e grassi per produrre ATP.
ESERCIZIO FISICO INTENSO
Indica un esercizio eseguito ad intensità vicine alla soglia
anaerobica che nel soggetto allenato corrisponde all’80-90% della
VO2max. Durante l’esercizio fisico intenso la produzione endogena di
glucosio aumenta sino a 7 volte il basale (in un soggetto di 70 kg
da ~
10 a 50-70 grammi/ora). Le catecolamine
aumentano sino a 15 volte il basale e sono le principali
responsabili dell’incremento della produzione epatica di glucosio.
Anche in soggetti normali si assiste pochi minuti dopo un esercizio
fisico intenso ad un incremento della glicemia che è subito corretto
da un transitorio incremento della secrezione insulinica (nel
soggetto con diabete mellito di tipo 1, mancando la possibilità di
incrementare naturalmente l’insulinemia si va incontro ad
iperglicemia).
ESERCIZIO FISICO ISOMETRICO Il
lavoro muscolare prevede il processo fisiologico della
contrazione muscolare che si realizza con un aumento della
tensione muscolare. Una contrazione isometrica o statica
del muscolo, sviluppa tensione e porta ad un accorciamento delle
fibre, ma non determina nessun movimento del braccio di leva. Il
termine 'isometrico' si compone di due parole, 'iso', nel senso
“stesso” e 'metrico', nel senso di “distanza”; in pratica, negli
esercizi isometrici, nel processo di contrazione, l'angolo e la
lunghezza del muscolo non cambiano. Anche se questi esercizi
aumentano la forza (pur con la difficoltà di definire in maniera
obiettiva la misura della forza), non sono adatti per le azioni
dinamiche come sprint e di salto. Sono utili per ritardare l’atrofia
muscolare, in campo riabilitativo (perché non causano irritazione
articolare in quanto non vi è movimento dell’ articolazione);
richiedono un minimo o assente equipaggiamento e sono facili da
insegnare e da eseguire. L'allenamento isometrico è più veloce e
ogni parte del corpo può essere allenato in pochi secondi.
ESERCIZIO FISICO ISOTONICO
In una contrazione Isotonica la muscolatura si
accorcia sviluppando una tensione variabile nel vincere una
resistenza costante. Si divide in due fasi: una concentrica (o
positiva) quando cioè la muscolatura si accorcia, e una eccentrica
(o negativa) quando la muscolatura resiste al carico di lavoro
durante l’allungamento. La metodica isotonica è sicuramente tra le
più usate nel mondo sportivo per il potenziamento muscolare. Un
muscolo, se stimolato ripetutamente con opportuni sovraccarichi che
eccedono il normale uso quotidiano, reagisce con un processo
ipertrofico. Questo tipo di esercizio migliora la resistenza
muscolare e aumenta la forza, cambiamenti obiettivamente
documentabili e di cui i pazienti possono facilmente accorgersi.
La pratica dell’esercizio isotonico si avvale di macchine isotoniche
e dei pesi liberi, che hanno la possibilità di esercitare qualsiasi
gruppo muscolare nei tre piani dello spazio, ricreando movimenti più
vicini ai gesti tecnici-sportivi e delle attività quotidiane.
IL MUSCOLO E LE FIBRE MUSCOLARI
La muscolatura scheletrica rappresenta circa il 40% del peso
corporeo di ciascun individuo e costituisce il
tessuto
biologico deputato alla
contrazione.
La fibra muscolare scheletrica è una cellula polinucleata di forma
allungata; è costituita da fasci di
miofibrille
deputate alla
contrazione
e al
rilassamento
del muscolo. A un esame microscopico si può individuare nelle
fibrille diverse zone, bande chiare e bande scure che si ripetono
regolarmente. Queste bande sono poi delimitate da due linee sottili,
linee Z, costituite da
proteine
di ancoraggio. I
sarcomeri
(così si chiamano queste unità) sono costituiti da fasci di
filamenti paralleli e alterni di due tipi: i filamenti sottili,
costituiti da
actina,
una proteina ad alfa-elica, attorcigliati ad un filamento di una
proteina regolatrice, la
tropomiosina;
i filamenti spessi sono invece costituiti principalmente da una
proteina globulare, la
miosina.
La miosina è costituita da sei catene polipeptidiche, di cui due più
lunghe, per la presenza di teste globulari. Ogni miofibrilla
contiene, affiancati l’uno accanto all’altro, circa 1.500 filamenti
di miosina e 3.000 filamenti di actina. Quando un muscolo è
rilassato, i filamenti sottili e quelli spessi, sono vicini, ma non
collegati, mentre durante la fase di contrazione risulteranno
collegati.

Le fibre muscolari si distinguono dal punto di vista funzionale in
lente (rosse) e rapide (bianche). Ogni muscolo del corpo è composto
da un mosaico di fibre muscolari rapide e lente e altre con
caratteristiche intermedie tra questi due estremi. Le fibre
muscolari comunemente denominate fibre rosse o lente (di tipo 1),
sono più piccole, innervate da fibre nervose più minute e presentano
un elevato livello di capillarizzazione; sono estremamente ricche di
mitocondri (gli organelli deputati alla generazione di energia) e
possiedono un metabolismo prevalentemente ossidativo. Sono inoltre
molto ricche di mioglobina, molecola deputata al legame e al
rilascio di ossigeno e che conferisce il tipico colore alla fibra.
Al contrario, le fibre conosciute come fibre bianche o veloci (di
tipo 2), sono più grandi, presentano un contenuto minore di
mitocondri, ma un maggiore sviluppo del reticolo sarcoplasmatico
(deputato al rilascio di ioni calcio necessari per una rapida
contrazione) e ricavano energia principalmente dalla via glicolitica.
Le fibre rapide si contraggono rapidamente ed intensamente ma
tollerano poco la fatica; le fibre lente si contraggono lentamente e
poco intensamente e tollerano maggiormente la fatica (sono dunque in
grado di mantenere la contrazione per un periodo piuttosto lungo).
Le fibre veloci si distinguono infine in fibre di tipo A (glico-ossidative),
B e X (glicolitiche per eccellenza).

CHE
COSA “BRUCIAMO” QUANDO SI FA ATTIVITA' FISICA? (Figura 1 e 2)
La risposta metabolica all'esercizio fisico è indispensabile per la
contrazione muscolare. L'organismo umano è dotato di un sofisticato
e complesso sistema neuro-ormonale atto a garantire la disponibilità
di idonei substrati energetici per il lavoro muscolare e in
particolare si avvale di un sistema energetico capace di produrre
energia rapidamente per sforzi fisici intensi (per le così dette
reazione “fuggi o combatti”) e di sostenere lo svolgimento di
attività prolungate nel tempo (che richiedono resistenza). Queste
differenti esigenze (velocità e resistenza), nel corso
dell’evoluzione, hanno determinato lo sviluppo di diverse tipologie
di fibre muscolari: fibre muscolari di tipo I (fibre rosse o lente)
che hanno un'alta capacità ossidativa e vengono utilizzate per
lavori prolungati, e fibre di tipo II (fibre bianche o rapide). che
hanno un'alta capacità glicolitica e vengono reclutate per azioni
rapide o lavori isometrici (vedi sopra).
Entrambi i tipi di fibra, per soddisfare le proprie esigenze
energetiche legate alla contrazione, utilizzano i CARBOIDRATI
(glucosio
plasmatico
e glicogeno muscolare), le PROTEINE e i LIPIDI (acidi
grassi del tessuto adiposo e
trigliceridi
muscolari). Attraverso tre sistemi e vie metaboliche
diverse, questi principi nutritivi forniscono al muscolo un unico
tipo di “benzina” l'adenosina trifosfato (ATP)
a)
Lo shuttle della fosfocreatina (PCr): che prevede come donatore di ATP la
creatina muscolare e che rappresenta il maggior donatore di ATP
durante i primi secondi di uno sforzo fisico intenso (ad esempio,
serve ad assicurare l'energia per i primi 40-50
metri di una corsa di
100 metri
in atleta elite);
b)
La glicolisi anaerobica (cioè la via metabolica più veloce del glucosio):
fornisce energia all'inizio dell'esercizio fisico intenso,
soprattutto quando l'elevata concentrazione plasmatica di
catecolamine promuove la glicogenolisi. E’ la via metabolica per la
rapida contrazione delle fibre muscolari, che permette di preservare
la disponibilità di ATP per i primi 60-90 secondi di attività. In
presenza di ossigeno, indispensabile per protrarre più a lungo la
contrazione muscolare, questa via acquisisce ritmi più lenti e
riveste un ruolo di minor importanza per la formazione di ATP.
c)
La fosforilazione ossidativa: terza e molto efficiente via
metabolica dei carboidrati, grassi e proteine. All'inizio il
glicogeno intracellulare (forma di deposito muscolare del glucosio)
e gli acidi grassi liberi (FFA) costituiscono il primo substrato che
confluisce nella via ossidativa. Tuttavia, se l'esercizio fisico è
prolungato anche l'ossidazione del glucosio circolante si rivela
un'importante fonte di ATP. Il contributo degli aminoacidi e catena
ramificata, o delle proteine in generale, alla produzione di ATP
durante l'attività fisica è minimo (meno del 2%); tuttavia, se le
scorte di glicogeno risultano severamente ridotte, tale percentuale
pur aumentare fino al 10% circa. Le reazioni ossidative di questa
via, avvengono all'interno dei mitocondri.
I principali fattori che determinano quale substrato energetico
viene utilizzato dai muscoli durante l’esercizio sono: TIPO
(continuo o intermittente), DURATA
e INTENSITA’ dell’esercizio fisico, ma anche lo
STATO DI ALLENAMENTO, lo stato NUTRIZIONALE (dieta) e lo stato di
SALUTE del soggetto.
A riposo
la maggior parte dell'energia (circa il 60%) necessaria per la
muscolatura scheletrica non contratta, deriva dall'ossidazione dei
lipidi.
Nell’attivita’ fisica di BASSA
intensita’ (25%-30% di
VO2 max)
l’energia è fornita principalmente dal metabolismo lipidico con
liberazione di acidi grassi dai trigliceridi del tessuto adiposo,
mentre i trigliceridi intramuscolari ed il
glicogeno,
non contribuiscono in maniera determinante alla
produzione energetica. La massima attivazione del metabolismo di
acidi grassi viene raggiunta mediamente dopo 20-30 minuti
dall’inizio dell’esercizio fisico; la mobilizzazione degli acidi
grassi dal tessuto adiposo, il successivo trasporto nel circolo
sanguigno, l’entrata all’interno delle cellule e poi nel mitocondrio
è infatti un processo piuttosto lento.
Se l’attività a bassa intensità è di breve durata, lipidi e
carboidrati contribuiscono in egual misura a fornire benzina; se si
protrae per almeno un’ora, per il depauperamento delle riserve di
glicogeno, si ha un maggiore utilizzo di lipidi che arrivano a
soddisfare l’80% della richiesta energetica. La progressiva
prevalenza del metabolismo lipidico nel corso di attività fisica
prolungata dipende dall’assetto
ormonale che si instaura: si riduce la glicemia e
l’utilizzo di glucosio da parte delle cellule (anche muscolari),
mentre aumentano la liberazione e l’uso degli acidi grassi.
Durante l'attività fisica di MODERATA intensità (40-50% della VO2
max), lipidi e glucosio vengono in ugual misura ossidati dal
lavoro muscolare. Col passare del tempo durante un esercizio di
intensità moderata si manifesta: deplezione di glicogeno,
diminuzione del livello di glucosio ematico ed aumento dei
trigliceridi, aumentato catabolismo proteico per coprire il
fabbisogno energetico. Il glucosio plasmatico diventa quindi la
principale sorgente energetica per quanto riguarda i carboidrati ma
la maggior parte di energia è fornita dai lipidi. Se l'esercizio si
protrae a lungo il fegato non è più in grado di immettere in circolo
glucosio sufficiente a soddisfare le richieste muscolari e la
glicemia
scende (addirittura di 45 mg/dl durante 90 min di esercizio
strenuo). La fatica si manifesta quando c’è deplezione estrema di
glicogeno nel
fegato
e nel muscolo indipendentemente dalla disponibilità di ossigeno a
livello muscolare.
Nella transazione da riposo a lavoro
SUBMASSIMALE
la maggior parte dell’energia è fornita dal glicogeno muscolare
analogamente a quanto avviene nel lavoro ad alta intensità; nei
successivi 20 minuti il glicogeno di origine epatica e muscolare
fornisce il 40-50% dell'energia mentre il resto viene garantito dai
lipidi con un piccolo contributo delle proteine.
Per un esercizio fisico di ELEVATA INTENSITA’ (75-90% del VO2MAX),
i carboidrati diventano la principale fonte energetica, dal momento
che il flusso di FFA e la loro relativa ossidazione, sono
inversamente proporzionali all'intensità dell'esercizio fisico. Il
tasso di utilizzazione dei FFA scende al di sotto dei valori basali
in corrispondenza di intensità sub-massimali di sforzo fisico (oltre
80%); al di sotto di questa condizione l'energia necessaria per il
lavoro della muscolatura scheletrica diventa strettamente dipendente
dalle riserve muscolari di glicogeno e dal glucosio plasmatici.
L’attività fisica non può essere protratta per oltre 30-60 minuti
anche nei soggetti allenati. Dal punto di vista fisiologico si ha
liberazione di
catecolamine,
glucagone
ed inibizione della secrezione di
insulina.
L'assetto ormonale che si instaura stimola la
glicogenolisi epatica e muscolare. Durante questo tipo di attività
il 30% della richiesta energetica è coperta dal glucosio plasmatico,
mentre il rimanente 70% è coperto per la maggior parte da
glicogeno
muscolare (1 ora di attività porta alla deplezione del
55% delle scorte, 2 ore azzerano sia il glicogeno muscolare che
quello epatico).

Figura
1. Contributo del glucosio e degli acidi grassi al consumo energetico
muscolare, in base all’intensità dell’esercizio fisico svolto

Figura 2. Substrati metabolici usati durante
l’esercizio fisico prolungato, in soggetti sani.
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